Che tipo di Yoga fai?

“Che tipo di Yoga fai?” è una domanda comune tra chi pratica. Non avrebbe molto senso (c’è UNO Yoga) ma è motivata: ci sono oggi tantissimi Yoga… dove i puntini stanno per un nome o un aggettivo o un copyright accanto.

Credo che quello che mi è stato insegnato e che propongo possa essere chiamato Hatha Yoga, se proprio è necessario dare un nome.

Quelle che seguono sono alcune cose piuttosto comuni nello Yoga che non faccio.

Non dò inizio a una lezione con “i tre Ohm” (ne ho sentito parlare così, come se fosse una pratica) perché l’OhmAum è cosa seria, non una specie di saluto New Age.

Allo stesso modo, non congedo con namasté, che non è affatto “grazie arrivederci” ma una forma di riconoscimento dell’Essere, in sé e nell’altro.

Non propongo alcuni pranayama intensi perché non sono indicati per tutti, soprattutto durante una lezione settimanale.

Non insisto con chi non si sente di fare asana fisicamente impegnative. Ci sono sempre alternative adatte a ciascuno e non è importante la forma che prende il corpo ma quanto si vive dentro la pratica. In generale lo Yoga (che mi piace) è ricerca di attenzione, di ascolto, non di prestazione. Per quello c’è la ginnastica in tutte le sue forme.

Non comincio una lezione con il “saluto al sole”. Prima si attiva il respiro e l’attenzione e poi viene tutto il resto.

Non insegno, guido e faccio lezione con altre persone e come loro imparo.

Non improvviso: mi piace preparare le lezioni, sentirle prima di proporle e variarle in base alle persone, all’orario, al periodo dell’anno, alla tempo disponibile.

Non invito a diventare vegetariani: ognuno sente per sé cosa è giusto fare.

Non chiudo email e sms con formule tipo “Hari Ohm”, “Shanti” o altre parole delle quali mi sembrerebbe di sminuire il significato.  Come se un medico terminasse le sue comunicazioni con il giuramento a Ippocrate…