Yoga e alimentazione vegetariana

Il cibo è necessario alla vita, eppure nutrirsi è istintivo solo quando siamo molto piccoli oppure quando scarseggia o manca. In Occidente c’è un problema di eccesso (di scelta, di consumo, di spreco, di controllo) e una storia che carica l’attività di nutrirsi di emozioni, pregiudizi, significati. In Italia poi riusciamo a fare del discorso sulla tavola una cosa molto seria e presente ovunque.

“Ma lo yoga, o Arjuna, non è per colui che mangia troppo o non mangia affatto, né per chi ha l’abitudine di dormire troppo o vegliare per lungo tempo. Essere misurati nel mangiare, nella ricreazione, nelle azioni, nel sonno e nella veglia [ciò rappresenta] lo yoga che distrugge i conflitti“. (Bhagavad Gita, VI;16-17)

Se solo fosse applicabile semplicemente così, con misura e buon senso, probabilmente si scriverebbero e pronuncerebbero molte meno parole sull’argomento.

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Gli Yogin di solito sono vegetariani per vari motivi: il vegetarianesimo è praticato in osservanza alla cultura filosofica da cui prende ispirazione una parte dello Yoga. Si cita uno dei testi fondamentali, gli Yoga Sutra, e in particolare il precetto che prende il nome di Ahimsa – la non violenza, il non nuocere. Non togliere la vita a un essere vivente per cibartene quando hai un’alternativa.

Motivazioni più recenti sono la salute, il benessere del corpo e l’etica del consumo: non mangiare carne vuol dire meno spreco di foraggio e acqua a beneficio di tutti.

Ognuna di queste motivazioni e interpretazioni di per sè è rispettabile e valida, tuttavia è molto difficile che sia vissuta in modo pienamente consapevole e coerente.

Solo qualche esempio:

i precetti della tradizione (tantrica, brahminica ecc) riguardavano chi sceglieva una vita ascetica e la ricerca spirituale come unico impegno e scopo nell’esistenza;

il rispetto del regno animale imporrebbe una scelta vegana per essere effettivo. Imporrebbe anche di non usare prodotti di origine animale per scarpe, vestiti ecc.

l’esercizio della non violenza dovrebbe, a maggior ragione, includere l’uomo: allora dovrei consumare un alimento se non sono certo che chi l’ha coltivato, allevato o prodotto vive in condizioni dignitose

l’assenza assoluta di cibi di provenienza animale fa davvero bene a tutti? Migliora davvero la salute?

E così via…

Poi c’è il nostro rapporto personale con il cibo: cosa ci piace, cosa ci fa sentire bene, con chi ci piace condividerlo. Se cerchiamo un’alimentazione “Yogica” e Yoga significa unione, qualcosa che piace probabilmente fa bene e una rinuncia probabilmente fa male, a meno che non senta come piacere la rinuncia stessa.

Inoltre, lo Yoga dovrebbe tendere a un equilibrio o, se preso integralmente, alla liberazione dagli attaccamenti. A poche cose siamo attaccati quanto al cibo e l’attaccamento non è sciolto se, invece che pensare continuamente al delizioso piatto gourmand consigliato dal cuoco stellato, penso continuamente al delizioso piatto vegano che dovrò preparare.

E’ un argomento aperto, nel rispetto di qualsiasi scelta. Purché la scelta sia vissuta con leggerezza (il contrario di pesantezza tamasica) e sentita  come una fonte di serenità, purezza, pace. Altrimenti, se è un dogma, si va nella direzione del rituale magico. Ciascuno dovrebbe cercare la sua strada, il suo equilibrio serenamente, senza parlarne o pensarci troppo.